Allentiamo le tensioni. Divagazioni, fisica e poesia.

Il linguaggio scientifico e quello poetico sono diversi ma differiscono entrambi dal linguaggio comune. Entrambi vanno appresi per capire il mondo che ci circonda, chi lo abita e i sentimenti che abitano in chi lo abita. Si pongono entrambi su un altro livello e ci svelano fenomeni e sensazioni altrimenti criptati. La Luna ci apparirà diversa dopo aver letto una poesia. A cambiare non sarà lei ma il nostro cuore che si affaccia sull’Universo, attraverso gli occhi, in modo più consapevole. Le forze superficiali che tengono insieme le molecole di acqua e sapone permettono loro di trattenere un sospiro. La bolla di sapone è uno dei primi esperimenti scientifici e poetici di un bambino. Incuriosisce, stupisce e diverte.

La Fisica spiega che le forze che accarezzano la superficie di un liquido, chiamate tensioni superficiali, sono le responsabili della formazione di un velo elastico capace di trattenere e comprimere i liquidi (si formano così le gocce) o aria al loro interno (nascono così le bolle, la forma sferica perfetta). Le tensioni superficiali dell’acqua sono molto elevate, tanto da non permettere l’esistenza delle bolle d’acqua, perché rompono subito il velo nel suo punto più debole. Per abbassare il valore delle tensioni, permettendo così la formazione di bolle più durature, occorre miscelare l’acqua con il sapone in giusta dose.

La Poesia vede così le bolle di sapone:

“So bella, sì, ma duro troppo poco.

La mia vita, che nasce per un gioco

come la maggior parte delle cose,

sta chiusa in una goccia… Tutto quanto

finisce in una lagrima de pianto.”

(Trilussa)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il saper domare le tensioni superficiali dell’acqua spiega anche la brillantezza dei miei bicchieri, lavati e asciugati in lavastoviglie. La mia aiutante nelle faccende domestiche, all’occorrenza, tramite una spia rossa mi avvisa che è finito il brillantante. Non si da pace fino a quando non soddisfo la sua richiesta. I suoi progettisti l’hanno concepita tenendo ben presente che l’utilizzo di un additivo come il brillantante ne garantisce l’efficienza. Una piccolissima dose, abbassando la tensione superficiale dell’acqua, evita la formazione di gocce grossolane, garantendo un’asciugatura perfetta, senza aloni e rapida. Ciò si traduce anche in risparmio economico. Pril brillantante 3x Azione Brillante, nel suo abbondante formato da mezzo litro, assicura un triplice vantaggio: stoviglie brillanti (anche sui bicchieri più delicati), lavastoviglie scintillante (anche sulle pareti interne della lavastoviglie) e filtro splendente per garantire un miglior funzionamento senza aloni e residui anche nelle parti più nascoste. La garanzia di una perfetta asciugatura delle parti più interne, inoltre, scaccia il rischio della formazione del dannoso calcare.

Spero de non averve svaporato er cervello!

Ragione, percezione ed ecosofia della zucchina in lavastoviglie.

La ragione che ha origine nel cervello umano, a volte, molte volte, è schiacciata da meccanismi che scattano nello stesso.

Obiettivamente, se mi avessero servito questo piatto

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

oscurandomi la sua storia,

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

e cioè che le zucchine sono state cotte a bassa temperatura (65°) per 1 ora e 45 minuti, in una lavastoviglie, in mezzo ai piatti sporchi, in un barattolo (ermetico certo), mi sarei complimentata con il cuoco. Sode e compatte, croccantine al punto giusto e saporite. La ragione, intesa in questo caso come facoltà di valutare e criticare, avrebbe promosso l’insalata. Avrebbe chiesto addirittura il bis. Poiché il cuoco ero io, la mente ha messo insieme un po’ d’informazioni, la psiche si è organizzata a delinquere e la percezione che ho avuto del piatto non ha voluto sentir ragioni. Ho voluto osare, ma ho fatto fatica a mandarlo giù. Anche se lo avessi portato ad analizzare in un laboratorio penso che avrei trovato le stesse difficoltà. Ho cucinato a impatto ambientale zero e solo una forte motivazione ecologica può spingere a cucinare in questo modo alternativo. Ecologia che diviene filosofia di vita. Mi viene da pensare all’Ecologia profonda o ecosofia del filosofo norvegese Arne Naess che pone l’uomo non più ai vertici della gerarchia dei viventi, ma lo definisce parte del Tutto dell’ecosfera in particolare. Non un semplice ambientalismo, rivolto comunque al benessere umano in un ambiente sano, ma una vera e propria religione che con i suoi principi mira a un cambiamento sociale e politico drastico. V’immaginate se un domani si imponesse a tutti l’uso della lavastoviglie come unico metodo di cottura per cercare di rimediare ai danni che quotidianamente arrechiamo all’ambiente?  Sempre meglio del Movimento dell’estinzione volontaria.

Chissà se la cucina in lavastoviglie incuriosirà qualcun altro. Sul sito ecocucina e in giro in rete si trovano altri consigli su questo metodo di cottura a bassa temperatura, con tabelle per scegliere il giusto ciclo e temperatura di lavaggio/cottura secondo i cibi. Io vi ho riportato la mia esperienza. La temperatura massima della mia lavastoviglie è di 65°, ma la Casali suggerisce una temperatura di 70°-75° per le zucchine. Ho ottenuto lo stesso un buon risultato, secondo i miei gusti, ma a chi non gradisce la cottura al dente delle verdure consiglio anch’io una temperatura più elevata. L’insalata di zucchine e prosciutto crudo della foto è stata condita semplicemente con sale, olio, peperoncino e lamelle di mandorle.

Nel precedente post ho già parlato del trio risparmio-tempo libero-igiene che un uso consapevole della lavastoviglie comporta. In questi giorni, anche grazie ai consigli che ho trovato sul sito Pril, ho posto più attenzione nell’eseguire il rituale quotidiano del lavaggio dei piatti. Ho notato che, in effetti, nello stesso tempo che impiegavo nel lavaggio a mano, oggi, relegando il compito alla lavapiatti, lavo anche tutta la cucina. Usandola abitualmente e curandola mensilmente, effettuando un lavaggio a vuoto usando il Pril curalavastoviglie 3X, ho anche ridotto lo sgradevole inconveniente dei cattivi odori. Ho scritto ridotto perché comunque può capitare che anche un piccolo residuo di cibo comporti la formazione di un fastidioso profumino. Per eliminarlo del tutto e aprire lo sportello in totale sicurezza olfattiva ho trovato molto utile l’uso di Pril deo-perls. Grazie all’esclusiva tecnologia delle Perle Attive,  che permette un rilascio controllato del profumo, la lavastoviglie profuma di fresco e con essa tutta la cucina.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

La sua azione deodorante dura circa 60 lavaggi. Io ho testato Pril deo-perls al limone, ma sono disponibili anche le versioni mela verde e odor-block.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Che il profumo sia con voi!

Impariamo a cucinare in una lavastoviglie brillante.

Ci vuole coraggio. Fiducia nell’ermeticità di un barattolo di vetro o di un sacchetto per il sottovuoto. Follia e curiosità. Qualche verdurina ben lavata, una lavastoviglie e un carico di piatti sporchi.

Ci vuole coraggio soprattutto a mangiare ciò che si cucina in lavastoviglie, mentre lava le stoviglie.

Tra le cose più bizzarre che ho scoperto, da quando ho un blog di cucina, vi è proprio il metodo di cottura che suggerisce Lisa Casali nel suo libro “Cucinare in lavastoviglie“. Lisa nel suo blog ecocucinain cui è possibile trovare consigli su come ridurre il proprio impatto ambientale in cucina, nel 2010 comincia a parlare della possibilità di cuocere alcuni cibi sfruttando l’acqua calda e il vapore dell’elettrodomestico. L’originale soluzione è basata sul metodo di cottura a bassa temperatura (inferiore ai 100°), tecnica ampiamente utilizzata dagli chef, che garantisce un perfetto mantenimento organolettico degli alimenti. Soprattutto le carni risultano più tenere conservando intatto il gusto. Nella sua ricerca continua di benefici in termini ambientali, Lisa si spinge oltre e suggerisce di cuocere alcuni cibi in lavastoviglie mentre lavora a pieno carico. Immaginare, ora, il barattolino o il sacchetto con il nostro pranzo, incastrato tra le stoviglie, abbracciato vorticosamente da residui di cibo e detergente, “intimidisce”, certo. Riflettendoci qualche minuto o ora in più, supponendo che i contenitori siano a perfetta tenuta ermetica, l’idea non sembrerà più così assurda. Almeno a me così è successo. Più che altro mi è sopraggiunta la curiosità di testare il risultato.

Oggi post senza ricetta. Devo ancora approfondire l’argomento e trovare il pieno coraggio di sperimentare. Comincerò con qualche verdurina e vi comunicherò i risultati al più presto.

Spingermi a parlare di quest’argomento è stata la proposta di recensire alcuni prodotti Pril dell’Henkel. Azienda tedesca fondata nel 1867 e nel 1933 nata in Italia con il nome di Henkel Italia, che da sempre persegue obiettivi non solo economici e sociali, ma anche ecologici. Proposta accettata soprattutto perché già avevo testato i loro prodotti, convinta dall’ottimo rapporto qualità/prezzo e anche perché gli stessi mi hanno risolto alcuni problemi legati agli scarichi. Da sposina, la prodigiosa scatola lavapiatti, inventata nel 1865 in America, mi era ostile. La pazienza che occorre per incastrare le stoviglie mi demoralizzava. Mi ero convinta di risparmiare tempo lavandoli a mano. Ora che la famiglia è aumentata, ogni tanto l’abbraccio. I modelli più moderni ormai sono molto efficienti ed ecocompatibili. Una lavastoviglie di classe A con il programma “eco” consuma circa 13-14 litri di acqua. A mano, considerando il solo risciacquo, a parità di stoviglie lavate, ne consumo molti di più, anche con un rapido calcolo a occhio. A parte il discorso del risparmio economico, troppo ampio e articolato, solo il fatto di avere più tempo libero a disposizione per me e la mia famiglia è già un ottimo vantaggio. Altro dato importantissimo è l’igiene che si ottiene con un lavaggio in lavastoviglie. Un solo germe in otto ore può moltiplicarsi fino a 4milioni di volte! L’alta temperatura di lavaggio rimuove molti più germi e batteri. Le mani, inoltre, non saranno aggredite dai detergenti. Grazie al sito Pril, dove si possono trovare altre utili indicazioni a riguardo, ho scoperto che la mia lavastoviglie unita all’efficacia detergente dei prodotti Pril, lava perfettamente anche a cicli con temperature un po’ più basse. Solo un’occhiata all’Econometro del loro sito e già ho cominciato a risparmiare. Per calcolare il vostro risparmio, basta inserire le vostre abitudini: vi promuoverà o vi convincerà a cambiarle, come nel mio caso.

In linea generale per ridurre i consumi e ottimizzare le prestazioni della macchina, bisogna seguire alcune regole fondamentali: rispettare le dosi di detersivo, farla funzionare a pieno caricoevitare i prelavaggi,  aggiungere con regolarità il sale e per la pulizia dei filtri (oltre a rimuovere i residui dei cibi dalle stoviglie con un tovagliolino di carta o con una spazzola, prima di inserirli nella macchina) si consiglia ogni 1-2 mesi l’uso di un additivo che, oltre a far brillare la lavastoviglie, agisce sulle parti meccaniche più nascoste rimuovendo calcare e grasso ostinato.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il Pril cura-lavastoviglie azione 3X, è un valido suggerimento. La sua confezione, di un rosso brillante, oltre ad essere stata una modella impeccabile, è dotata di un comodo e stabile gancio. Tolta la pellicola protettiva argentata, basta agganciarla al cestello della lavastoviglie e programmare un ciclo a vuoto ad alta temperatura, che scioglie il tappo di cera permettendo la fuoriuscita dell’additivo.

Prilrid1

Non ho smontato la lavastoviglie, ma dal risultato esterno, brillante e profumato, mi fido. Il Pril cura-lavastoviglie ovviamente non fa miracoli. E’ uno di quegli additivi che va usato con costanza dall’acquisto della lavastoviglie, assicurando un rendimento sempre elevato, traducendosi in risparmio economico, e che, oltre a preservare la lavastoviglie da malfunzionamenti, gli allunga l’esistenza. Una serpentina incrostata ha bisogno di più energia elettrica per portare l’acqua a una stabilita temperatura, rispetto a una pulita.

Ora che la mia lavastoviglie è messa a punto, non mi resta che in-lavastovigliare qualche pietanza e invitarvi a cena!

Orecchiette con fave fresche, pancetta e pecorino. Inauguriamo la rubrica “Fast and Furious”.

A volte manca il tempo. Che rabbia. A volte le idee. Che rabbia.

La pasta c’è sempre.

Orecchiette con fave fresche, pancetta e pecorino.

Per 4 persone:

  • 350 g di orecchiette fresche
  • 300 g di fave fresche sgranate e sbucciate
  • 100 g di pancetta o guanciale a dadini
  • 250 g di pomodori
  • 50 g di pecorino a scaglie (ho usato un semi stagionato sardo)
  • un cipollotto fresco
  • 5-6 foglie di basilico
  • 3-4 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • pepe o peperoncino
  • sale

Affettare finemente la cipolla e farla soffriggere nell’olio, insieme alla pancetta o al guanciale, per pochi istanti. Aggiungere le fave e far insaporire. Se le fave non sono tenerissime, aggiungere un mestolo d’acqua e far asciugare. Aggiungere i pomodori tagliati a dadini, salare leggermente e far saltare con il peperoncino o il pepe. Nel frattempo lessare le orecchiette, scolarle al dente e condirle con il sugo di fave. Aggiungere le scaglie di pecorino, il basilico tagliato grossolanamente con le mani e servire.

Ciao! Ciao!

“Caprese”con carciofi arrostiti. La volontà anevrotica.

Non riuscirò mai a cucinare un piatto degno dei giudici di Masterchef. Leggo, guardo e studio di tutto da anni ma il mio posto è il divano. Più imparo e più scopro di non sapere. Voglio sparire, lentamente inghiottita dalle nozioni, che non soddisferanno mai il mio sapere e il mio saper fare. E’sempre poco. Scrivere questo post è una violenza autoinflitta, forse avrei dovuto prima prendere una laurea in psichiatria. All’università non mi sarebbe mai saltato in testa di sedermi davanti ad un professore, senza prima aver chiacchierato un po’ con  Isaac Newton in persona. Quando scoprii che era morto, abbandonai. In quel preciso istante cancellai per sempre la mia parte nobile, la parte che avrebbe dovuto mettere a frutto umilmente gli investimenti fatti su di me. Nessuno mai è riuscito a spronarmi. Le parole di incoraggiamento, dure, amorevoli, i bei voti e i complimenti dei professori non hanno mai funzionato. Ero una pietra, lo sono tutt’ora. Assenza completa di sentimenti. Nella mia lotta contro me stessa, ho cercato le cause scatenanti di questo malessere immobilizzatore. Nessuna. Infanzia felice, genitori equilibrati, traumi nulli. La terapia però l’ho trovata. Un bel calcio in…nel sedere!

Il post non nasce a caso. Col cavolo l’avrei scritto! Me l’hanno suggerito le pagine nere, tristi, agghiaccianti delle adolescenti, e non solo, che periodicamente aggiornano i loro blog riportando le loro vittorie sulla bilancia. Sono loro che hanno trovato me, cibandosi ossessivamente di immagini. Temono un piatto di pasta più della morte. Si scambiano consigli su come perder peso e come mentire alle persone che stanno loro accanto. Alcune invocano l’anoressia come una salvezza. Esortano all’anoressia. Ho constatato che molti di questi blog, vengono oscurati dalla polizia postale. Cambiano nome e rispuntano sotto forma di nuove filosofie alimentari. Dai blog pro-Ana e pro-Mia, si passa alla Thinispiration. Nuovi forum blindati, vere e proprie sette devote alla dea Ana. Prove d’ingresso e braccialetti identificativi. Si danno forza a vicenda nella lotta contro il grasso, contro la carne. Alcuni blog danno l’impressione di essere solo urla di disperazione. Il fenomeno dei forum, assume invece un gusto più politico, dove il sintomo anoressico  diviene il fattore aggregante e distintivo. E’ logico pensare che in questo clima chi già soffre di un disturbo alimentare, possa aggravarsi, chi invece non ne è affetto, possa rimanerne coinvolto per emulazione. Le cause dei disturbi legati all’alimentazione, non sono chiare, come per quasi  tutti i disturbi psicologici. Nessuno di noi ne è immune. C’è un aspetto che mi ha colpito. Il totale autocontrollo che le persone affette da anoressia hanno nei confronti del cibo. Quasi invidiabile. Approfondendo un po’ l’argomento, ho scoperto che è errato attribuirlo alla forza di volontà. Bisogna fare una distinzione tra forza di volontà nevrotica e anevrotica. La forza di volontà anevrotica è quella che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi senza ansia e stress. Una sua mancanza, unita al desiderio di raggiungere  obiettivi troppo ambiziosi e in breve tempo, scatena una serie di atteggiamenti poco equilibrati. Ci si arrende, nel mio caso, o ci si impone un ossessivo autocontrollo. In tutti e due i casi si rischia l’annullamento. Basta veramente poco a far scattare questo meccanismo nel cervello. Scrivo questo post, soprattutto rivolgendomi ai genitori ignari di questo fenomeno che sta avvenendo in rete. Ad una sana educazione alimentare, oggi bisogna unire una sana educazione all’uso di internet. Scrivo questo post anche per me. Per sfiorare certi temi, non bisogna essere per forza Freud. Vecchia Ida -1, nuova Ida 0.

Nei miei periodi di dieta dimagrante o di mantenimento, ad una cosa non potrei mai rinunciare: alla mozzarella. Di latte di bufala, intendo. La mia non è passione, ma un’estasi. Di solito non arriva a tavola. A volte non arriva nemmeno a casa. E’uno dei doni che amo ricevere, ma anche fare. Se proprio devo servirla nel piatto, mi piace farlo insieme ad un bel pomodoro. La caprese è uno dei piatti più semplici e soddisfacenti che conosca. Quando mancano i pomodori, mi consolo con i carciofi arrostiti.

Non scrivo le dosi, perché non è una vera e propria ricetta, ma un’idea. Di solito uso calcolare un paio di carciofi e 3-4 bocconcini di mozzarella a testa se decido di servirla come piatto unico, accompagnato con un fetta di pane, oppure un carciofo e 2 bocconcini se decido di servirla come secondo.

  • Carciofi
  • bocconcini o fette di mozzarella
  • olio extravergine di oliva quanto basta
  • sale
  • qualche rametto di timo e qualche foglia di menta (ma anche solo prezzemolo, o niente)
  • sale quanto basta

Privare i carciofi delle foglie esterne più dure, tagliarli in quattro e metterli in acqua acidulata con qualche goccia di limone, per non farli annerire. Sbollentarli per 2-3 minuti in acqua, scolarli, ungerli leggermente con un goccio di olio extravergine e grigliarli (piastra elettrica o in ghisa o brace). Tritare grossolanamente le erbette e emulsionarle con qualche cucchiaio di olio extravergine e il sale, in pratica sbattere il tutto con una forchetta. Affettare la mozzarella, o dividere in quarti i bocconcini, unirli ai carciofi, precedentemente fatti raffreddare e condire con l’emulsione. Consiglio di consumare questa “caprese” alternativa al momento. I carciofi dopo un po’ tendono ad acquisire un colore verde innaturale.

Buon sano appetito!

Ringrazio Valentina de “L’aroma del caffè” per avermi assegnato il primo posto al suo contest “La cucina del cuore”.

Brioche a 4 capi. Intrecci a volontà.

Le linee spezzate della mia vita. Percorsi sinuosi, curve cieche, fruste impietose. Tatuano la mente e conducono all’imprevedibilità degli eventi.

Brioche a 4 capi

Non ho mai capito se la mia esistenza, finora, è stata segnata da una timida volontà o da una lussuosa non volontà volontaria.

Brioche a 4 capi. Interno soffice.

Per 11 brioches (del peso di circa 70 gr, cotte)

  • 400 gr di farina “00″ ( oppure “0″ oppure manitoba)
  • 200 gr di burro a temperatura ambiente
  • 100 gr di zucchero a velo
  • 10 gr di lievito di birra disidratato o poco più di mezzo cubetto di quello fresco
  • 4 uova a temperatura ambiente
  • i semi di mezza stecca di vaniglia
  • la scorza grattugiata di un’arancia
  • un pizzico di sale
  • un tuorlo e un pò di latte per spennellarle

Setacciare la farina insieme al lievito, formare una fontana e inserirvi tutti gli ingredienti tranne il burro. Nel caso del lievito di birra fresco, scioglierlo prima in un dito di latte tiepido. Lavorare energicamente l’impasto, sbattendolo sul piano di lavoro più volte, fino ad ottenere un impasto omogeneo che si stacca in un sol pezzo. Con un’impastatrice, lavorare con il gancio per impasti medi fino a quando la pasta si stacca dalle pareti della ciotola, ribaltando di tanto in tanto l’impasto(se risultasse troppo appiccicoso aggiungere un cucchiaio di farina, al contrario un goccino di latte. E’un impasto comunque che più si lavora e più diviene elastico e omogeneo, anche se all’inizio l’impresa, a mano, sembrerà ardua). Aggiungere il burro a pezzettini, poco alla volta, continuando ad impastare energicamente fino a completo assorbimento. Continuare a lavorare fino ad ottenere un impasto setoso ed elastico. Con l’impastatrice, una volta assorbito il burro, montare il gancio per impasti duri e continuare per alcuni minuti. L’impasto è pronto quando si staccherà in un sol pezzo. Coprire con un canovaccio umido o con la pellicola per alimenti e far lievitare in un luogo riparato. Risultati ottimali si ottengono ponendo l’impasto, dopo la prima lievitazione a temperatura ambiente fin quasi al raddoppio, in frigorifero per circa sei ore(o tutta la notte), avendo cura di sgonfiarlo prima con il palmo della mano, per rallentare la crescita. Passato il tempo, riportare l’impasto a temperatura ambiente, rovesciarlo sulla tavola di lavoro leggermente infarinato e piegarlo su se stesso un paio di volte senza impastarlo, ma battendo dei piccoli colpetti su di esso.

Ora il divertimento. Staccare palline di 80 gr l’una e dividerle in 4 parti uguali. Formare, con ogni quarto, un cilindretto lungo circa 16-17 cm, assottigliando leggermente in più le estremità per un migliore effetto estetico. Intrecciare i quattro capi secondo lo schema. L’ultimo passaggio si ottiene nascondendo le stremità nella parte inferiore.

Brioche a 4 capi. Schema di formatura.

Porre le brioches così ottenute su una teglia ricoperta di carta da forno. Una volta formata l’ultima, la prima nel frattempo risulterà lievitatissima. Sangue freddo e aspettare che lievitino tutte, coperte da un canovaccio (una soluzione è quella di porle via via che si formano nel frigorifero, io non l’ho fatto e non ho avuto problemi). Preriscaldare il forno a 200° ventilato. Dopo una mezz’oretta, dovrebbero apparire gonfie e leggerissime. Spennellarle con un tuorlo d’uovo mescolato ad un goccino di latte, aggiungendo, se gradita, la granella di zucchero. Infornarle nel forno caldo, portando la temperatura a 180°. Far cuocere per una quindicina di minuti. Se dovessero colorirsi troppo abbassare la temperatura. Una volta raffreddate, si possono congelare. Riportate a temperatura ambiente, con o senza l’ausilio del microonde, e scaldate leggermente, ritrovano la fragranza e la morbidezza. Di solito, la sera prima le faccio scongelare in frigo e la mattina le scaldo leggermente.

La ricetta è un misto di ricette provate e modificate secondo i miei gusti. Lo schema dell’intreccio l’ho trovato qui.

Questa ricetta è presente anche su “The Breakfast Review“.

Buon divertimento!

Tartufo “gelato” al cioccolato. Il pusher.

La natura è il pusher dell’amore. All’improvviso sbuca dal vicoletto, prima ti adesca con una dose di feromoni e poi ti fa viaggiare con la feniletilamina (FEA). Quando passa alla dopamina, il vicoletto diviene un luogo abituale. Il successo a questo punto dipende dalla fortuna di avere gli ormoni sincronizzati, ma soprattutto dall’abilità che abbiamo di tenere lontano il partner da altri feromoni. Io e lui avevamo tutti gli ingredienti. Non bastavano. Ci voleva un pizzico di destino, una manciata di coincidenze e brindare con un boccale caduto in piedi. I vecchi stupefacenti sono un tenero ricordo. Provata la serotonina, non si torna indietro. Si passa direttamente all’ossitocina.

Siamo anche esseri romantici. La poesia dell’amore tocca scriverla a noi.

Tartufo al cioccolatoIl ”cibo degli dei” è un altro spacciatore degli ormoni dell’innamoramento e del buonumore. Non a caso a San Valentino è tradizione regalare scatole di cioccolatini. Io amo manipolarlo prima un pò e trasformarlo in una dedica personalizzata.

Non è un vero gelato e nè un semifreddo, la preparazione e gli ingredienti sono diversi, ma nella sua semplicità è un dolcino d’effetto, dalla giusta consistenza e soprattutto non ne potrete fare più a meno. Si prepara con facilità, si congela e si sorprende.

Per 4 formine semisferiche di 8 cm di diametro:

  • 400 gr + 100 gr di panna fresca da montare
  • 60 gr di latte
  • 60 gr di cioccolato fondente al 50%
  • 40 gr di cacao amaro + quello sufficiente a ricoprirli
  • 45 gr di zucchero + un ulteriore cucchiaio

In un pentolino amalgamare il latte, 45 gr di zucchero e il cacao, fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungere il cioccolato spezzettato e far sciogliere su fuoco debole, sempre mescolando. Si otterrà un composto denso. Far raffreddare.

Aggiungere 400 gr di panna non montata poco alla volta e amalgamare mescolando delicatamente. Far raffreddare abbondantemente in frigo. Montare il composto con uno sbattitore elettrico, fino ad ottenere una crema ferma. Riporre in frigo e montare i restanti 100 gr di panna, freddissima, con un cucchiaio di zucchero.

Riempire le formine con la crema al cioccolato, per i due terzi. Se la crema è ben ferma, si riuscirà a praticare una fossetta al centro da riempire con la panna montata. Altrimenti, far congelare leggermente le formine piene e poi praticare la fossetta. In alternativa si può utilizzare una tasca da pasticcere per iniettare la panna al centro, fino a riempimento.

Riporre in freezer e una volta induriti sformarli (se si utilizzano le formine in silicone, si sformeranno facilmente spingendo la base. Se si utilizzano le formine metalliche, o le tazzine o qualsiasi altra cosa rigida, immergerle per pochi secondi nell’acqua calda, facendo attenzione a non bagnare il dolce. Capovolgendoli scivoleranno nel piattino). Cospargerli di cacao amaro. Si conservano in freezer. Prima di servirli tenerli una ventina di minuti a temperatura ambiente.

(La ricetta è tratta da un e-book che stampai tempo fa)

Buon San Valentino!

Con questa ricetta partecipo al contest de “L’aroma del caffè”:

Origano fresco in foglie con salsiccia, patate novelle e olive verdi. Exit poll.

I risultati del primo exit poll, effettuato davanti ai supermercati, fruttivendoli, erboristerie, vivai e pianerottoli della mia zona, sulla domanda :”Hai acquistato l’origano fresco in foglie o quello secco?”, sono:

  • 40% non ho acquistato origano, ma perchè esiste anche quello in foglie?
  • 30% non ho acquistato origano
  • 20% secco, sono un conservatore
  • 5% ho cercato quello fresco ma non l’ho trovato
  • 5% fresco, ma confesso di averlo scoperto da poco

Numeri, tuttavia, ancora da riscontrare. Io faccio parte dell’ultimo gruppo.

Più aromatico e delicato di quello essiccato, ha donato un tocco in più al classico salsiccia e patate, soprattutto sorprendendo nella sua nuova forma.

Per 4 persone:

  • 400 gr di salsiccia fresca (ho usato una salsiccia piccante tagliata al coltello)
  • 800 gr di patate novelle (preferibilmente)
  • 100 gr di olive verdi denocciolate
  • una manciata di foglie di origano
  • 6-7 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • 2 cucchiai di vino bianco o succo di limone
  • 2-3 spicchi di aglio in camicia
  • mezzo cucchiaio di zucchero
  • un pizzico di sale
  • peperoncino in polvere o paprika (dolce o piccante a seconda dei gusti)

Lavare le patate senza sbucciarle, asciugarle sfregandole con un tovagliolo. Dividerle in spicchi.

Privare le salsicce della pelle e tagliarle a rondelle spesse.

Lavare e asciugare le olive verdi e sminuzzarle grossolanamente.

Mescolare in una ciotolina il vino (o il succo del limone), lo zucchero, l’olio, il sale  e l’eventuale peperoncino in polvere (o paprika) con una forchetta. Condire le patate, le salsicce, l’aglio in camicia e le olive con l’emulsione ottenuta, mescolando delicatamente. Con le mani è l’ideale, oltre ad essere piacevole. Versare il tutto in una teglia e porre nel forno preriscaldato a 200°, per una mezz’oretta o fino a giusta doratura, rigirando il tutto un paio di volte. Sfornare, cospargere di foglie di origano e servire ben caldo.

Buona giornata!

Biscotti fondenti al triplo cioccolato e nocciole. Lo schiavo.

Ho dimenticato di avere una coscienza. Per qualche ora. La colpa non è la mia. Gli stravizi natalizi e befanini me l’hanno offuscata. L’abitudine festiva ad assumere con disinvoltura massicce dosi di cioccolato, mi ha portato alla dipendenza. Oggi il mio padrone mi ha ordinato tripla dose. Io, incontrollabilmente affetta da miopia alimentare, ho eseguito.

Biscotti fondenti al triplo cioccolato e nocciole

Alcuni tipi di eccessi ci privano della libertà. Penso allora a chi eccede di beni materiali e di potere. Uno schiavo privato della capacità di giudizio, privo di equilibrio e lungimiranza, come può garantire la libertà di un popolo?

Biscotti fondenti al triplo cioccolato e nocciole.

Ho trovato questa ricetta su un numero della rivista “A Tavola”. Gli ingredienti e il procedimento mi ricordavano quelli della torta fondant au chocolat. Il risultato infatti è stato un biscotto dal cuore umido e scioglievole. La ricetta originale prevede solo cioccolato fondente e bianco.

Per circa 15 biscotti di 7 cm di diametro:

  • 75 gr di zucchero di canna
  • 1 uovo intero
  • 60 gr di farina 00
  • 120 gr di cioccolato fondente al 70%
  • 25 gr di cioccolato bianco
  • 25 gr di cioccolato al latte (o fondente, secondo ricetta originale)
  • 30 gr di burro
  • 70 gr di nocciole spellate e tostate di buona qualità
  • mezzo cucchiaino di lievito per dolci
  • un pizzico di sale

Tritare grossolanamente il cioccolato al latte e quello bianco e riporre nel congelatore fino all’utilizzo.

Sciogliere a bagnomaria, o nel microonde, il cioccolato fondente e il burro. Amalgamare bene e lasciar raffreddare leggermente.

Mescolare rapidamente, con un cucchiaio di legno, l’uovo con lo zucchero. Aggiungere il cioccolato fuso con il burro, amalgamare bene e aggiungere la farina precedentemente setacciata con il lievito.  Aggiungere le nocciole tritate grossolanamente, ricordandosi di tenerne da parte un paio di cucchiai per la decorazione, e circa la metà del cioccolato spezzettato e riposto nel congelatore. Amalgamare ben bene.

Preriscaldare il forno a 160°.

Aiutandosi con un cucchiaio bagnato, formare, su una teglia rivestita di carta da forno, dei cerchi di circa 5 cm di diametro e spessi poco meno di un centimetro. Distanziarli un pochino, perchè si allargheranno. Cospargere la superficie con il rimanente cioccolato spezzettato e le nocciole tritate, facendoli affondare leggermente con le dita.

Infornare e lasciar cuocere per massimo 15 minuti. Devono rimanere morbidi, altrimenti induriscono e non si ottiene l’effetto scioglievolezza.

Sfornare, lasciar intiepidire nella teglia e far raffreddare su una gratella. Conservare in un contenitore ermetico. Il giorno dopo sono ancora più buoni.

Tripli eccessi a tutti!

Torta di carote (senza mandorle) soffice, leggera e facilissima. L’ortaggio felice.

Finalmente normalità. Ebbene si, sono quel tipo di persona che ama la vita di tutti i giorni. Nei periodi di festa mi muovo impacciata come un orso sorridente. L’effetto non può che essere spaventosamente ridicolo. Me ne accorgo, e a testa bassa, accompagnata dal senso di sconfitta sociale, mi avvio a passi pesanti verso il mio solitario bosco. Lasciando alle spalle le luci, i brindisi e i baci reciproci. Esplosa la bolla dei nuovi propositi per l’anno nuovo, riposta la calza della Befana da riciclare l’anno prossimo, serena rientro nella mia confortante tana dei giorni feriali. Sarà anche che il Natale in una città che non è la mia lo avverto di plastica.

Le carote sono un pò come i giorni comuni, buone a fare il brodo, indispensabili in alcuni soffritti. Raramente sono attrici protagoniste sulle nostre tavole. Sempre presenti però nei nostri frigoriferi. Non pretendono nulla, sono modeste, sanno stare al loro posto. Ispirano serenità. Comincio dunque il mio periodo dei giorni pallidi festeggiando con una torta comune, fatta con un ortaggio comune e finalmente felice di non essere solo sbollentato o soffritto. Riprese le mie abitudini, spontaneamente e senza obblighi di calendario, vi auguro di trascorre ogni giorno dell’anno festeggiando la vita.

Per una teglia di 24 cm di diametro:

  • 250 gr di farina 00
  • 160 gr di carote (circa due medie)
  • 165 gr di zucchero
  • 2 uova a temperatura ambiente
  • 60 gr di latte intero a temperatura ambiente
  • 30 gr di olio di semi (mais, girasole)
  • la scorza grattugiata di un’arancia
  • 1 bustina di lievito per dolci vanigliato

Il procedimento è molto semplice. Non c’è bisogno di montare albumi a neve o incorporare la farina delicatamente. La torta è lievitata molto ed è risultata molto soffice.

Preriscaldare il forno a 170° (io ventilato).

Dopo aver pelato e lavato le carote, triturarle in un mixer insieme allo zucchero, le uova, un pizzico di sale e la scorza grattugiata dell’arancia. Aggiungere, senza spegnere il mixer, nell’ordine, il latte, l’olio e la farina, setacciata più volte insieme al lievito, a cucchiaiate. Far amalgamare il tutto per qualche altro secondo, spegnere il mixer e versare nella teglia imburrata e infarinata. Infornare nella parte medio bassa del forno e far cuocere per mezz’ora circa o fino a quando sarà ben dorata e lievitata. Spegnere e lasciar raffreddare per qualche minuto nel forno socchiuso. Sformare la torta e lasciar raffreddare su una gratella.

Se non si possiede un mixer o un frullatore, una volta grattugiate le carote, è possibile usare le fruste elettriche o un semplice cucchiaio di legno.

E’un dolce adatto alla colazione o alla merenda. Per renderlo ancora più leggero si può diminuire il quantitativo di zucchero a 150 gr e usare il latte parzialmente scremato. La ricetta originale proviene da questo forum. Leggermente riadattata secondo i miei gusti.

Sereno 2013!

Pane cotto con i broccoli di rapa. Ricordi chiari e ricette distorte.

Le seggioline impagliate davanti al caminetto. Faccia rossa e spalle chiatrate (ghiacciate). Le bucce d’arancia buttate sulla brace, deodorante per la casa. La fiamma ipnotica. Panorama innevato. Il colore dell’inverno. Il bucato intirizzito. La pignata con i fagioli. Le castagne. La granita dei 1000 metri: la sorbetta, neve candida e mosto cotto. Il presepe di terracotta. Il profumo delle frittelle di pasta di pane, come sveglia mattutina. Mia nonna ai fornelli a costruire i miei ricordi.

Non solo i miei ricordi, ma anche i miei vizi. La costringevo a preparare quasi sempre dei piatti alternativi per me. Ero difficile. Tutti ragù? Io sugo finto, ossia al pomodoro. Tutti parmigiana? Io mozzarella. La criatura andava accontentata. Spesso per cena preparava uno dei piatti poveri della tradizione lucana, un piatto di riciclo, il pane cotto con le uova. E io? Mozzarella. L’uovo in camicia andava contro i miei canoni infantili di cibo, ma ne ero segretamente attratta. Il profumo ha provato più volte a scuotermi, ma niente. Irremovibile. E continuo ad esserlo. Mangio le uova, ma trasformate, intere proprio no. Per ora. Non avendo distorto il ricordo, ho distorto la ricetta, soppiantando le uova con i broccoli di rapa. Una variante del pane cotto più tipicamente pugliese. Si, a Napoli non esistono le cime di rapa, ma i vruoccoli di rapa. Stesso sapore, ma niente cimette. Mia nonna, cullata dalle nuvole, approva. Mia madre(vivissima), pure, ma preferisce le cimette.

Broccoli di rape

Per 4 persone:

  • 4 fascetti di cime di rapa o simili
  • 3-4 fette di pane raffermo (il pane deve essere asciutto, non secco, ancora affettabile e preferibilmente di grano duro, altrimenti consiglio di eliminare la mollica. Il rischio è quello di ottenere una pappetta collosa. In alternativa, si può usare il pane fresco, leggermente tostato. La ricetta è semplice, ma ha le sue insidie.)
  • uno spicchio d’aglio
  • sale, olio extravergine d’oliva e peperoncino quanto basta
  • polvere di peperone rosso (facoltativo)(In Lucania si ottiene triturando i peperoni cruschi, ossia un particolare peperone rosso essiccato. Famoso quello  I.G.P. di Senise(PZ)) in alternativa un pò di paprika dolce.

Mondare la verdura, eliminando le foglie più dure, sciacquarla più volte e lessarla in abbondante acqua bollente. In una padella capiente, far soffriggere l’aglio e il peperoncino in un pò d’olio extravergine d’oliva (anche un pò di polvere di peperone rosso se gradita, che colora leggermente l’olio). Aggiungere il pane tagliato a pezzi grossolani, la verdura al dente, non scolata, ma presa con un forchettone, e il sale. Far insaporire e se è il caso, ossia se il pane dovesse risultare ancora duro, aggiungere un mestolo d’acqua di cottura della verdura tenuta da parte. Personalmente la preferisco abbastanza asciutta, ma si può decidere di tenerla più brodosa. Spegnere il fornello, coprire e lasciar riposare qualche minuto. Servire aggiungendo un filo d’olio.

Semplicemente, buona giornata.

Chicche di patate con cavolfiore e prosciutto. Le cavolate della matematica.

 “Le nuvole non sono sfere, le montagne non sono coni, le coste non sono cerchi, e la corteccia non è liscia, né il viaggio del lampo va in linea retta” (Benoît Mandelbrot, matematico polacco, 1924-2010).

Tutta la matematica, nello specifico la geometria (euclidea) che abbiamo studiato a scuola non ci serve per capire la bellezza, apparentemente caotica, delle forme che più ci affascinano in natura. Perciò spesso, quasi sempre, appare arida e noiosa. Bisogna essere dei visionari per comprenderla. Bisogna essere dei visionari unici per formulare nuove teorie. La scuola dovrebbe servire principalmente ad aprire le menti. Le nozioni, date di nascita dei vari Papi, ben presto svaniscono. La possibilità che ci dovrebbero offrire gli insegnanti è quella di affacciarci al mondo attraverso delle finestrelle e di farcelo guardare non solo con gli occhi, ma con il cuore e la mente. Mandelbrot apparteneva alla schiera dei cani sciolti matematici come Pitagora, Keplero e Newton (tabelline, leggi dei movimenti dei pianeti, gravità). Ha rivoluzionato la matematica e ci ha svelato la segreta armonia della natura teorizzando una nuova geometria: la geometria dei frattali. A questo punto chi già ha capito dove intendo arrivare dirà: “ecco, ora ci fa un esempio del cavolo”; chi non lo sa dirà: “questo post ci sta come il cavolo a merenda”; altri ancora diranno: “che cavolo stai dicendo, Ida!”. Io vi farò un cavolo di esempio.

Quando acquisterete il cavolfiore per realizzare questa deliziosa ricetta, osservatelo dapprima intero. Staccatene una cimetta. Vi sembrerà un cavolfiore in miniatura. Staccate poi una cimettina dalla cimetta. Vi sembrerà una miniatura ancora più piccola. E così via. La forma del cavolfiore non è cubica, conica o sferica(bè, più o meno), ma è un esempio di frattale. Ossia un “oggetto geometrico che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, ossia le sue parti non cambiano forma se osservate al microscopio”. Come gli alberi (c’è il tronco, poi i rami che sono dei piccoli tronchi, che a loro volta riportano rametti più piccoli), i fiocchi di neve, le montagne, le coste geografiche, le nuvole, i vasi sanguigni, i battiti cardiaci, i processi neurali e la distribuzione delle galassie nell’universo. Mandelbrot ha dato una forma al caos. La nostra mente è attratta istintivamente dalla geometria frattale, forse perchè siamo circondati da essa o forse perchè ne siamo pervasi. I frattali hanno influenzato l’arte, la musica e anche l’economia. Ha trovato numerose applicazioni anche nella vita quotidiana: dalla progettazione di antenne per la telefonia mobile, ai programmi di compressione per immagini digitali. (Fonte: The Telegraph)

                                               Jakson Pollock, Blue Poles, Number 11, 1952

“E ai frattali è arrivato anche l’artista, non con l’analisi del matematico, ma con l’intuizione, dimostrando ancora una volta quale profondo legame esista tra matematica e arte.” (Fonte: Polymath)

Se le parole usate nel modo giusto sono poesia per l’anima, la matematica, capita nel profondo fino a divenire immagine, diviene poesia per la mente, un aiuto a descrivere e a comprendere nel profondo il fascino della natura. Un giorno, uno dei professori più estrosi, temuti e “densi”, dell’Università che ho frequentato, è entrato in aula, ha scritto sulla lavagna una delle formule dell’elettromagnetismo più difficili da capire, dal sintetismo estremo, si è girato ci ha guardato e ci ha detto: “Uagliò! (facoltà di ingegneria, Napoli, unica donna in aula..io) ‘sta formula vi parla..ma voi non ascoltate”. Forse non ho mai capito quella formula, forse il professore non è mai riuscito a spiegarla, ma la sua frase è stato uno stimolo a ricercare le cose belle e nascoste della natura. Che poi non ci riesco o meglio non mi applico più di tanto, questo è un altro discorso.

Per 6 persone (circa):

   Per le chicche:

  • 600 gr di patate (preferibilmente a pasta bianca, più farinose)
  • 200-250 gr di farina “00″
  • 1 uovo (togliere parte dell’albume)
  • 100 gr di parmigiano grattugiato

Per il condimento:

  • 500 gr di cavolfiore
  • uno spicchio d’aglio
  • 100 gr di prosciutto crudo a cubetti
  • pepe o peperoncino
  • un ciuffetto di prezzemolo
  • sale e olio quanto basta

Preparare il condimento soffriggendo le cimette di cavolfiore, precedentemente lavate, insieme all’olio e l’aglio schiacciato. Pepare(o aggiungere il peperoncino), salare e lasciare insaporire qualche minuto. Aggiungere un mestolo d’acqua, coprire e portare a cottura. Spegnere il fuoco, schiacciare le cimette con una forchetta, aggiungere il prezzemolo tritato e il prosciutto a cubetti.

Per le chicche, lavare le patate e cuocerle, con la buccia, in abbondante acqua, partendo da acqua fredda. Una volta cotte, pelarle ancora calde e schiacciarle con lo schiacciapatate. Far raffreddare e impastarle energicamente con la farina, l’uovo(al quale andrà tolto parte dell’albume) e il parmigiano, fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo. Se l’impasto dovesse risultare un pò appiccicoso aggiungere altra farina, ma non troppa, altrimenti oltre ad indurirsi sapranno solo di farina. Ciò dipende molto dalla qualità delle patate scelte. Sulla spianatoia infarinata, dividere l’impasto in più pezzi, formare dei cilindri spessi circa un dito e tagliarli a tocchetti. Infarinarli leggermente e cuocerli in abbondante acqua salata fino a quando saliranno in superficie. Raccoglierli con un mestolo forato e far mantecare in padella con il condimento aggiungendo un mestolo di acqua di cottura. Impiattare e servire.

Buona armonia universale a tutti!

Colgo l’occasione per ringraziare Claudia di “Scorza D’Arancia” per avermi dato l’opportunità di partecipare al suo contest e vincere!!!

Calamarata con pesto di cavolo nero e olive…nere.

Dolcevita nero, giaccone nero, sciarpa nera, borsa nera, jeans blu. Giornata nera, cielo nero. Ferrari nera..ci sarebbe stata bene. Mi piacerebbe vestirmi di rosa, lo giuro. Ho provato a cambiare guardaroba. Non dimenticherò mai il completo turchese fosforescente che mi consigliò, impose mia madre per farmi variare un pò colore. E i pantaloni blu benzinaio abbinati ad una giacca arancione con i bottoni dorati, secondo consiglio di mio padre. A chi mi chiede perchè vesto quasi sempre di nero, al massimo grigio, io rispondo per traumi infantili. Provate a darmi torto. Il nero è spensierato, il nero snellisce. Solo un pizzico di rosso ogni tanto quando voglio strafare, ma sulle labbra. Immaginatemi ora tornare a casa dal mercato con i miei fascetti di cavolo nero nel sacchetto e la bustina di olive anch’esse in tinta. Nessuno era più abbinato di me!

Il cavolo nero, con le sue foglie bitorzolute e il sapore intenso, molto vicino a quello dei broccoli e alle cime di rapa, non è molto diffuso dalle mie parti. Stamattina è stata una sorpresa per me trovarlo e non me lo sono fatto scappare. E’stata un’illuminazione. Facile da pulire, basta eliminare la parte bianca centrale legnosa come spiegato in questo breve video, qualche minuto in padella ed è pronto. Decisamente molta personalità in quelle foglie.

Per 4 persone:

  • 360 gr di pasta
  • 2 fascetti di cavolo nero (non li ho pesati, ma tener presente che rendono bene)
  • una manciata di olive nere (io ho usato le olive al forno, le taggiasche sarebbero l’ideale)
  • 30-40 gr di parmigiano grattugiato
  • una manciata di pinoli o mandorle
  • uno spicchio di aglio
  • una decina di pomodorini dolci, preferibilmente datterini
  • olio extravergine di oliva e sale quanto basta
  • una tazzina di vino bianco
  • peperoncino facoltativo

Pulire le foglie del cavolo eliminando la parte bianca legnosa, tenendo i germogli interni più teneri. Sciacquare più volte.

In una padella capiente far soffriggere per pochi secondi lo spicchio d’aglio schiacciato in un pò d’olio. Tuffarvi le foglie di cavolo non perfettamente sgocciolate e far asciugare senza coperchio. Aggiungere il vino bianco e portare a cottura. Il mio consiglio per questa preparazione è di non farle cuocere troppo, devono rimanere abbastanza sode e corpose. Salare e far raffreddare.

Preparare il pesto con una metà del cavolo cotto, frullandolo insieme ai pinoli (o mandorle), al parmigiano e ad un pò di olio.

Cuocere la pasta e, un pò prima della cottura al dente, scolarla e terminare la cottura mischiandola al cavolo rimasto in padella e ai pomodorini, aggiungendo un pò di acqua di cottura tenuta da parte. Spegnere il fuoco, aggiungere le olive nere denocciolate (non molte, altrimenti diviene troppo amaro), il pesto e un pò di peperoncino, se gradito. Servire subito.

Facile, veloce, saporito e insolito.

Buona giornata!

Panini all’olio con pomodori secchi. L’effimero.

Una poesia di due versi sull’effimero. Una poesia che nasce e muore, nel giro di poche parole. Una poesia che racchiude il senso della breve vita della farfalla. Chissà prima o poi ci riuscirò. A meno che questa mia speranza non finisca per essere essa stessa effimera. I ricordi sono effimeri. Nel momento in cui ci vengono in mente, sono già passati. Siamo alla continua ricerca dell’infinito e dell’eterno, perchè ci hanno insegnato a non accontentarci delle cose provvisorie. Effimera è la felicità. Chi si accontenta gode. Le delusioni sono effimere. “Permanenza e durata non sono mai garantite a nulla, nemmeno al dolore”, sosteneva Marcel Proust. L’effimero, sostantivo dalla doppia natura. Condanna e consola.

Ci sono lacrime nella natura delle cose e la certezza dell’effimero ci tocca il cuore. (Virgilio)

Siamo esseri romantici. Non condanniamo l’effimero. Scopriamone il vero senso e godiamone.

Con il cervello totalmente in fumo, non essendo ancora una poetessa, vi lascio la ricetta di questi panini leggendariamente dall’effimera fragranza. Morbidissimi e leggerissimi (nel senso del peso). Ho colto l’attimo, rischiando l’ustione, e li ho assaggiati quasi appena sfornati. Per fare quest’esperienza o vi appostate davanti ad un forno alle prime luci dell’alba o ci provate comodamente a casa. Vi garantisco l’ottimo risultato della ricetta. Ma anche questa potrebbe essere un’effimera promessa.

Per circa 10 panini:

  • 500 gr di farina “00″
  • 200-220 ml di acqua
  • 50 gr di olio extravergine di oliva
  • 2 cucchiaini rasi di sale
  • 2 cucchiaini rasi di zucchero
  • mezza bustina di lievito di birra disidratato o mezzo cubetto di quello fresco
  • una decina di pomodori secchi sott’olio (opzionali)
  • acqua e olio quanto basta per spennellare

Setacciare la farina in una ciotola. Unire il lievito, se disidratato (quello fresco va sciolto in un pò di acqua tiepida, prelevandola dal quantitativo previsto dalla ricetta), lo zucchero, il sale (il sale non dovrebbe stare a contatto a lungo con il lievito, ma visto che aggiungeremo subito l’acqua, non fa molta differenza prima o dopo) e l’acqua a filo, sempre continuando a lavorare, fino ad ottenere un composto al limite dell’appiccicoso (a me sono bastati poco meno di 220 ml). Continuare ad impastare per una decina di minuti e aggiungere l’olio. Continuare a lavorare per un’altra decina di minuti. Il composto diventerà sempre più morbido. Se risulta troppo appiccicoso aggiungere un cucchiaio di farina setacciata. Aggiungere i pomodori secchi spezzettati e amalgamare. Una volta ottenuta una palla liscia e omogenea, coprire la ciotola con la pellicola per alimenti o con un canovaccio umido, porre in un luogo riparato ed attendere il raddoppio. Dividere l’impasto in dieci palline e, su una spianatoia leggermente infarinata, dare loro con i polpastrelli la forma di  rettangoli di 10×15 cm circa. Avvolgerli su se stessi e porli su una placca da forno ricoperta da quella meravigliosa invenzione che è la carta da forno, abbastanza distanziati (anche se lievitando si attaccano un pò, poco male, si staccheranno una volta cotti). Coprire con un canovaccio e far lievitare ancora un’oretta o fino a quando non appariranno belli gonfi. Preriscaldare il forno a 200° statico e porre alla base dello stesso una ciotola con un pò d’acqua, per creare un ambiente umido che favorisce la lievitazione in forno, evitando il formarsi immediato della crosticina. Spennellarli con un’emulsione di acqua e olio nelle stesse quantità (ossia sbattere acqua e olio con una forchetta, come si fa per la frittata) e infornare nella parte medio bassa. Sorvegliateli! Non devono bruciarsi. Appena cominciano a dorarsi, abbassare gradualmente il forno fino a 170°. Almeno con il mio forno devo fare così. Appena appariranno ben dorati, spegnere il forno e lasciar intiepidire con lo sportello socchiuso. Assaggiarli subito. Si sono conservati bene fino al giorno dopo. Hanno perso la fragranza, ma erano buoni lo stesso. Al limite ripassarli in forno per qualche minuto, ma non conviene (un fornetto è l’ideale).

Buona transitorietà a tutti!

Linguine con peperoni, pistacchi e formaggio primo sale. Ad orecchio.

Se mia madre è il Pavarotti del gateau di patate, io sono una bambina dello Zecchino d’oro. Lo stesso pezzo lo eseguiamo in maniera totalmente diversa. Cambia il timbro. Il do suonato da un pianoforte è diverso dalla stessa nota suonata da un’ocarina. Non mi ha mai dato le dosi precise. Non ce l’ha. E’ una di quelle pietanza dove si va ad occhio. Vi posso assicurare che ogni volta che lo prepara, può cambiare leggermente l’armonia, ma il timbro è sempre lo stesso. Lo riconoscerei tra un milione. Se molti piatti si preparano ad occhio, a me piacerebbe tanto saper cucinare almeno ad orecchio. Saper riprodurre fedelmente un piatto assaggiato altrove. Missione impossibile. Ci sono troppe variabili da bilanciare, prima fra tutte la scelta della qualità degli ingredienti. Non mi resta che interpretare.

Questo semplice primo lo mangiai tempo fa in un ristorantino. Mi colpì per la sua leggerezza, per la presenza dei peperoni tritati e per una sua particolare nota che ho tradotto come agrodolce. Questo è il mio spartito, da alunna delle scuole medie nell’ora di musica, a voi l’interpretazione e l’esecuzione.

Per 4 persone:

  • 380 gr di linguine
  • 2 peperoni rossi medi
  • una manciata di pistacchi salati e tostati
  • qualche goccia di limone
  • 5 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • sale e pepe
  • 150 gr di formaggio primo sale o altro formaggio tenero
  • una manciata di foglie di basilico

Lavare i peperoni, eliminare i filamenti bianchi e tritare grossolanamente nel mixer. Farli cuocere appena in una padella con un cucchiaio di olio e una tazzina di acqua.

Sgusciare e tritare i pistacchi e mescolarli con qualche goccia di succo di limone, il restante olio, il sale e il pepe. Unire i peperoni e il formaggio tagliato a cubetti. Lasciare insaporire.

Nel frattempo cuocere la pasta, scolare al dente e aggiungerla al composto di peperoni. Decorare e profumare con qualche foglia di basilco e servire. Semplice e particolare.

Buona giornata musicale!

Con questa ricetta partecipo al contest di ARCHCOOK-Sapori di fine estate

Melanzane alla scapece. Crisi profonda.

Un libro di educazione tecnica delle scuole medie, uno di agraria e uno di ricette.

Candele.

Gli indirizzi degli amici lontani.

Un vecchio grammofono e qualche vinile.

Sono rimasta per qualche giorno senza pc e, oltre ad aver riscoperto l’uso della penna per scrivere il post in brutta copia, ho cominciato a stilare una lista delle cose, per me furbe e necessarie, per far fronte alle conseguenze di una vera e seria crisi mondiale. Ho riflettuto molto e ho tirato un sospiro di sollievo. La nostra società ce la può fare ad uscire dal medioevo dei giorni attuali. Abbiamo il passato dalla parte nostra, visto che il futuro ci è ostile. Ognuno si specializzi in qualcosa: scienza delle costruzioni di capanne, scienza delle coltivazioni di frutta e verdura locali, scienza dell’allevamento animale, scienza delle coltivazioni e usi delle erbe medicinali, scienza delle trasformazioni dei cibi e della loro conservazione. Impariamo ad accendere il fuoco sfregando due legnetti e il gioco è fatto, siamo usciti dal secolo oscuro e siamo entrati nel paleolitico. Impariamo ad essere un pò più furbi noi, finalmente, e cominciamo subito.

Immaginiamo di essere senza frigorifero e di dover preparare un pranzo di benvenuto per i venti membri della nuova capanna vicina alla nostra. Non possiamo preparare tutto al momento, non ne abbiamo il tempo. Dobbiamo cominciare a cucinare qualcosina almeno il giorno prima e che, quindi, non si deteriori facilmente. Sappiamo che al capo tribù piacciono le melanzane. Bene ho una delle portate che fa per noi. Il problema se lo erano posto, già secoli fa, gli arabi, gli spagnoli e un cuoco dell’antica Roma, Marco Apicio autore del ” De re coquinaria”, una raccolta di ricette stravaganti, forse la più antica, redatta in realtà in più secoli e a più mani. Si suppone che in tutti e tre i casi, cercando nuovi metodi di conservazione degli alimenti, si è arrivati ad una delle invenzioni culinarie diventate un classico ormai, soprattutto nelle cucine dell’Italia Meridionale, trasformando ingredienti semplici, come zucchine, melanzane, pesci, come le alici, le anguille e i capitoni, in gustose pietanze. Alcuni suppongono che il termine “alla scapece”, derivi da asca Apicii, ossia il cibo di Apicio, altri dallo spagnolo escabeche, derivato a sua volta dall’arabo sikbag (iskebech, secondo la versione popolare) che significa carne marinata. Le contaminazioni fra le varie culture del mare nostrum ci sono sempre state, alla fine siamo un unico grande popolo. Chi ha inventato o scoperto questo metodo non ha importanza. Certo è che, pure secoli fa, c’era un gran bello scopiazzamento generale di ricette!

Tirando le somme affermiamo che la marinatura in un liquamen costituito da aceto, aglio e menta, principalmente, permette di conservare per più di qualche giorno alimenti facilmente deperibili fuori dal frigorifero. Il piatto più noto, almeno dalle mie parti, preparato in questo modo è senz’altro costituito dalle zucchine alla scapece. Vi stuzzico proponendovi la versione con le melanzane, dal sapore più deciso.

Per 4 tribali circa:

  • 3-4 melanzane medie
  • olio per friggere
  • olio extravergine, aceto, menta, aglio e peperoncino quanto basta

Lavare e affettare le melanzane, o farle a cubetti. Porle in uno scolapasta cosparse di sale, per eliminare le sostanze amare, per circa un’ora.

Risciacquarle sotto l’acqua fredda e asciugarle con un canovaccio o con carta assorbente.

Friggerle in abbondante olio bollente. Scolarle e asciugarle dell’olio in eccesso. Porle in una scodella e condirle ancora calde con una spruzzata di aceto, l’aglio a pezzettini, le foglioline di menta, un cucchiaio di olio extravergine e il peperoncino piccante. Farle marinare per un giorno, anche per una notte va bene e servire. Ottime come antipasto, su dei crostini, oppure come contorno di un piatto di carne. Sublimi in un panino, con un pò di formaggio dolce.

Buon futuro a tutti!

Ciabattine semintegrali senza impasto. Perché a me non piace proprio sporcarmi le mani.

Ricetta rapida, post rapido.

Di pane senza impasto ormai se ne parla dappertutto. Basta fare una ricerchina (si, ma poi ritornate da me) e troverete una marea di spiegazioni fotografate passo passo, nonchè video ricette in quantità. La ricetta originale, del newyorkese Jim Lahey, si trova in un articolo del ” The New York Times”, qui. Ora non so se è stato proprio lui a inventarla, sta di fatto che è stato lui a diffonderla. Si tratta di un pane ad alta idratazione che non ha bisogno di essere impastato. Il risultato è talmente sorprendente che non si abbandona più il metodo. Una volta appreso, ci si può divertire a dargli forme e consistenze diverse. Cominciamo però adagio, con una cosa semplicissima. La mia curiosità era di provare ad usare la farina integrale, una farina nemica della lievitazione, a causa dell’alto contenuto di sali minerali. In poco tempo e senza fatica’, ho ottenuto delle morbidissime e leggerissime ciabattine.

Per 6 ciabatte:

  • 300 gr. di farina Manitoba
  • 200 gr. di farina integrale (l’ho presa in un panificio)
  • 300 ml di acqua (ho ridotto un pò l’idratazione, a favore della lavorabilità)
  • un cucchiaino abbondante, ma non troppo, di miele
  • un cucchiaino di sale
  • 4 gr di lievito disidratato

Setacciare le farine in una ciotola (aggiungere anche la crusca che rimane nel setaccio) insieme al lievito. Aggiungere l’acqua appena tiepida, nella quale si sono sciolti il miele e il sale. Mescolare rapidamente il composto con una forchetta, fino ad assorbimento della farina. Stop. Coprire con un canovaccio umido, con una pellicola o con un coperchio e far lievitare in un luogo riparato, fino a quando non si saranno formate tante bollicine. Il composto risulterà abbastanza liquido e appiccicoso.

Sgonfiarlo delicatamente e reimpastarlo con le mani, senza strapparlo, piegandolo su se stesso 4-5 volte. Lasciar lievitare ulteriormente. Quando si saranno riformate le bollicine, capovolgere con delicatezza l’impasto su una spianatoia infarinata e dividerlo in sei pezzi uguali. Formare con ogni pezzo un rettangolino, aiutandosi delicatamente  con i polpastrelli. Piegare ogni rettangolino  su se stesso, aiutandosi con una spatola o con un coltello, portando uno dei due lati più corti verso il centro e sovrapponendo, ai due strati così ottenuti, il lembo rimanente.

Rivestire una teglia con della carta da forno, infarinarla leggermente e porre i rettangolini piegati, con la piega verso il basso, ossia rovesciati, molto distanziati tra loro. Io ho fatto due infornate, in due teglie. Infarinare leggermente la superficie e coprire con un canovaccio. Lasciar lievitare per un quarto d’ora, poi delicatamente con i polpastrelli, cercando di non sgonfiare l’impasto, allungarli per dare loro la forma della tipica ciabatta. Coprire e far lievitare, fin quando li sentirete gonfi, morbidi e si intravederanno delle bolle appena sotto la superficie.

Nel frattempo preriscaldare il forno a 200° statico e porre un pentolino d’acqua sul fondo, per creare l’umidità necessaria a renderli ancora più morbidi. Infornare  e dopo 10 minuti circa o appena cominciano a dorarsi, abbassare la temperatura fino a 170°, gradualmente. Dovrebbero bastare ora altri 10 minuti, ma sono cotti non appena, battendo sulla superficie con un cucchiaio, si sentirà un suono secco. Sfornare e metterli a raffreddare avvolti in un canovaccio, se preferite una crosta più morbida.

Sembra complicato ma non lo è. L’ho messo a lievitare stamattina e nel primo pomeriggio era già pronto.

L’argomento pane è delicato. Non sono un’esperta panificatrice e non ho mezzi meccanici a disposizione (Babbooo Nataaaleee!!!). Vi ho parlato semplicemente di una mia esperienza positiva, riuscita più volte e con ingredienti facilmente reperibili. Se riuscite pure a reperire qualche pomodorino, un pò di provola dolce, qualche scaglia di provolone piccante e il basilico, condite il tutto con sale e olio, e ponetelo su una metà ciabatta leggermente tostata o piastrata. Per una bruschettona croccante fuori, morbida dentro.